20/12/2008

Birra Milano, Landi non la digerisce

L'assessore Massimiliano Orsatti (marketing territoriale) proporrà alla giunta di rilanciare il marchio storico "Birra Milano", che tra poco tornerà in produzione, aggiungendo (a pagamento) il simbolo del Comune.
Una specie di "marchio di fabbrica" doc, con il quale si promuoverebbe un prodotto storico della città, ma il collega con delega alla salute, Giampaolo Landi di Chiavenna, non ci sta.

Landi dice che ogni giorno prende iniziative contro l'alcol (immaginiamo contro l'abuso di alcol), e non può quindi coerentemente essere d'accordo con un'iniziativa diretta del comune in favore di una marca di birra. Chiede di conseguenza di potersi astenere quando il provvedimento verrà votato, sostanzialmente deviando dall'abitudine di prendere decisioni all'unanimità.

Ci pare un po' eccessiva la reazione dell'avvocato Landi, che è sì di Alleanza Nazionale, ma con tradizione monarchico-liberale (era nella gioventù monarchica negli anni '70, poi ha votato sempre Pli).
Un uomo intelligente come lui dovrebbe capire la distinzione che passa tra la condanna dell'abuso di alcol e la promozione di una birra, notoriamente con tasso alcolico molto basso.
L'idea della Birra Milano è invece molto bella, positiva, attraente per il turismo giovanile che, non bisogna dimenticarlo, snobba un po' le città d'arte "pure", e non disdegna invece le città che all'arte uniscono un po' di divertimento (da Dublino ad Amsterdam, passando per Stoccolma, Praga e quant'altro). Il tutto senza cadere in eccessi che invece andrebbero giustamente segnalati.

L'assessore Landi, insomma, potrebbe non vedere come incoerente la sua politica salutistica se affiancata alla promozione di una birra col nome Milano sull'etichetta. Potrebbe anzi berci su una birretta.

Che dire, tra l'altro, allora, della Casa Reale britannica, che ha il suo marchio sui prodotti di cui è cliente, tra cui spiccano varie marche di whisky, mentre solo da poco sono scomparse le marche di sigarette?

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15/11/2008

Rai, che cos'è la garanzia?

Dire che il presidente di una commissione parlamentare "di controllo" dev'essere di opposizione è dire qualcosa di molto bello per un liberale.
Culturalmente, infatti, il liberalismo ha molto a cuore il controllo del potere, affinché questo non ecceda da limiti ben precisi.
Di più, il liberalismo nasce al fine di limitare il potere del governo, che prima era un potere assoluto (addirittura, in Francia, il sovrano era "legibus solutus", sciolto dalle leggi, cioè non tenuto a rispettarle).

La differenza fondamentale tra liberalismo e democrazia sta proprio in questo: il liberalismo vuole limitare il potere di chi governa, la democrazia tende ad assolutizzarlo sulla base della regola della maggioranza (chi ha la maggioranza decide tutto).

La liberal-democrazia, invenzione del Novecento, tenderebbe a innestare i buoni frutti dell'uno e dell'altra per creare un sistema che, al contempo, garantisca il diritto della maggioranza popolare di governare e il diritto delle minoranze a non essere schiacciati.

Pertanto ben venga, da parte di tutti noi liberali, un presidente di commissione parlamentare scelto dall'opposizione, soprattutto su un argomento delicato come la Vigilanza Rai.

Questo vuol dire ben venga chiunque, basta che sia d'opposizione? Non proprio. Leoluca Orlando, politico esperto e anche di un certo rigore, non poteva andar bene, perché in un'intervista aveva candidamente detto che il governo Berlusconi gli ricorda le dittature sudamericane.
Uno che parla così della maggioranza che dovrà poi "controllare" da presidente della Vigilanza Rai, non sarà sereno.
Ecco la ragione per cui uno dell'opposizione va bene, ma Orlando non va bene. Chi ha pur vinto le elezioni, e quindi è stato legittimato a governare, non può farsi controllare da chiunque purché sia dell'opposizione. E non può farsi controllare da qualcuno che, se fosse coerente con le parole che dice, dovrebbe piuttosto far la rivoluzione con le armi in piazza.

La schizofrenia dell'IdV e di Veltroni dunque non si comprende. Potevano non accanirsi sul nome di Orlando, comprendendo la situazione e mettendosi nei panni di chi, al contrario di loro, è legittimato a governare avendo vinto le elezioni. Non l'hanno fatto. Si sono accaniti su un tizio divenuto impresentabile per quel ruolo.

E adesso che la maggioranza ha eletto autonomamente l'oppositore Villari, più "di garanzia" che non Orlando, sbraitano che non esiste Paese in cui la maggioranza sceglie i rappresentanti di garanzia dell'opposizione. Si sbagliano. Dovrebbero riflettere che non esiste Paese (liberal-democratico) in cui parte dell'opposizione grida al complotto argentino.

07/11/2008

Ma i neri subiscono il razzismo nell'America democratica

Io non sono di quelli che devono difendere Berlusconi per partito preso, anche perché per ora non sono iscritto né a Forza Italia né al PdL.
E comunque non sono qui per dire che Berlusconi è bello, buono, bravo e quant'altro. Ci pensano i fatti a dirlo (e per ora la bilancia pende a suo favore).

Non sono nemmeno molto d'accordo con il suo modo di fare poco politically correct, e non perché sia un fautore della political correctness, tutt'altro, ma certi limiti, ecco, sta male superarli, tutto qui.
Pertanto al suo posto non avrei mai detto quella battuta.

Ora però rischiamo di esagerare.
Che Obama abbia (per ora) escluso Berlusconi dalle telefonate di ringraziamento, come dice Peace Reporter stamattina, può essere dovuto alla battuta ma anche ad altre cose, io non ci farei troppo caso. Ma stiamo ai fatti.
Era a colloquio con il giovane, non tanto bello e per niente abbronzato presidente della Russia, voleva parlare di relazioni Usa-Russia e ha fatto una battuta che, a ben vedere, pare più rivolta a sbeffeggiare il presidente russo che non il presidente degli Stati Uniti.

Ma questo conta poco, bisognerebbe invece attraversare l'America per capire come stanno le cose.
I fatti. In un altro post, richiamando la storia del partito repubblicano Usa, abbiamo chiaramente detto che doveva essere quel partito a far eleggere un presidente nero, e non il democratico, che dal punto di vista storico è stato (almeno negli stati del sud) schiavista.
Vero, Lincoln vinse perché c'erano due candidati democratici, uno schiavista (del sud) e uno abolizionista (del nord), ma la cosa certa è un'altra: il partito repubblicano statunitense fu fondato in funzione antischiavista.
E infatti Andrew Johnson, democratico del nord e successore di Lincoln, non concesse ai neri altri diritti oltre la riconquista della libertà. Poteva far di più, ma era un democratico.

Sarà un caso che John McCain, il repubblicano più intelligente degli ultimi vent'anni, abbia speso molte (e sincere) parole d'apprezzamento per l'elezione di un nero alla Casa Bianca? Non è un caso, perdiana, è il dna dei repubblicani americani

Il fatto è in realtà un altro. I repubblicani rischiano di morire razzisti. Dopo McCain, il repubblicano risultato più autorevole (dalle primarie) è un predicatore evangelico che attecchisce tra i bianchi del sud, cioè coloro che nell'Ottocento votavano democratico e sugli schiavi (neri!) ci marciavano e s'arricchivano. Chiaro? Quell'uomo, permettetemi, non lo nomino neppure, ché tutti sapete a chi mi riferisco e Dio ha graziato i repubblicani americani dal votarlo alle presidenziali (del resto Obama contro di lui avrebbe vinto col 70%, ci scommetterei).

E ancora, questa America che, per bocca sempre di McCain, ha ancora molto da fare sulla pragmatica strada dell'antirazzismo, dove la mettiamo? Ma ci siete mai stati in America, voi che credete sia tutto fantastico solo perché un nero è presidente?
Guardate la mappa dell'elettorato. Li vedete tutti quegli stati centrali colorati (ahimé) di rosso, cioè a prevalenza McCain? La gente di quegli stati è razzista, bigotta, protestante contro cattolici ed ebrei e musulmani e neri e afroamericani e quant'altro. La gente di quegli stati sta tramutando, col suo voto, il partito repubblicano in un movimento potenzialmente white, ok?

E ancora, che Obama sia segretamente musulmano, dov'è partita questa insulsa diceria? Negli Stati Uniti d'America.
E infine, tornando in Italia, chi è che da mesi si sbaglia e lo chiama "Osama" oppure "Obama Bin Laden"? I giornalisti televisivi di sinistra (vedere Striscia per credere).

E allora chi è razzista? Ecco, razzista è l'America, signori, sì, quell'America che ammazzò Marthin Luther King mentre in Europa non c'era nemmeno più bisogno di un Marthin Luther King da un bel po'. Razzista è l'America democratica del 1860, quando bisognò fondare un partito in nome dell'antischiavismo. Razzista è l'America di oggi, attraversata ancora dal veleno contro i neri che non hanno le stesse speranze dei bianchi perché quando nascono sanno che non avranno le stesse possibilità.
Altro che Berlusconi.

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06/11/2008

Il trionfo interclasse di Obama

I dati locali sulle elezioni americane sono, come sempre, una miniera d'oro. Sul New York Times c'è una mappa molto istruttiva, che (contea per contea) prende in considerazione i risultati locali, pur senza le percentuali d'affluenza che sarebbero state un riscontro interessante.

Bando agli indugi. Al Bronx vince Obama con l'88,2%. Al Queens vince con il 74,4%. A Brooklin vince con il 78,9%.
A Manhattan vince con l'85,1%.

Secondo il censimento del 2000, i residenti a Manhattan sono più cattolici (36%) che altro. Il 49% dei residenti ha almeno una laurea. Il 54% è bianco e il 17% è nero. Nel 2005 Manhattan (ufficialmente si chiama Contea di New York) era al primo posto negli Stati Uniti per reddito medio pro capite (93mila dollari).

Chi pensa che la divisione sia tra voto nero e voto bianco, o tra voto borghese e voto proletario, non ha capito i termini del discorso... 

05/11/2008

Usa, i repubblicani e i neri

Obama, il nuovo presidente degli Stati Uniti, avrebbe dovuto essere repubblicano.
Per meglio dire, ci si doveva aspettare prima o poi che i repubblicani, più che i democratici, scegliessero un candidato di origine afro-americana.

Se si va al bar a sentire le chiacchere della gente, se ne sente tante. Di stupidaggini. Una, la più tipica non soltanto in queste ore, è che Obama è nero e l'America non sarebbe pronta a un presidente nero. Idea, questa, smentita dai risultati.
E l'altra, correlata, è che solo la sinistra (americana in questo caso) avrebbe potuto scegliere un candidato nero, per ragioni di political correctness.
Davvero le cose stanno così?

No. Pochi ricordano che il partito repubblicano degli Stati Uniti fu fondato nel 1854 in nome dell'abolizione della schiavitù.
Di cui non erano certo vittima i bianchi.

Esisteva un "compromesso" che diceva più o meno che sopra il 36simo parallelo la schiavitù era vietata. Questo perché gli Stati del nord (industriali e antischiavisti) e quelli del sud (agricoli e schiavisti) non avevano raggiunto un accordo definitivo.
Per i futuri fondatori del partito repubblicano, quel compromesso era quasi sacro finché non si fosse arrivati all'abolizione totale della schiavitù in tutto il Paese. Ma quando nel 1854 col Kansas-Nebraska Act furono creati questi due nuovi stati, non si rispettò il compromesso e si volle che fossero le popolazioni interessate, per via referendaria, a scegliere se essere stati schiavisti o abolizionisti.

Nel 1860, dopo soli sei anni e approfittando della presenza di due candidati democratici (uno del nord, uno del sud), Abramo Lincoln, repubblicano, divenne presidente. Reazione immediata fu la secessione dall'Unione di alcuni stati del sud, da cui la guerra di secessione che si è conclusa, come tutti sappiamo, con la vittoria del nord e l'abolizione della schiavitù in tutti gli Stati Uniti d'America.

Fu soltanto con il New Deal di F. D. Roosevelt che i neri spostarono in parte i propri voti verso il partito democratico. Questo perché la politica rooseveltiana favoriva essenzialmente le classi più povere e disagiate. Tuttavia i repubblicani degli Stati Uniti non dovrebbero mai dimenticarsi che un nero presidente è soprattutto merito loro, almeno dal punto di vista storico.

Non è un caso che una come Condoleeza Rice (nera e donna) abbia avuto un ruolo così importante negli Usa, all'interno di un'amministrazione repubblicana.
E infatti John McCain, sconfitto, oggi fa più volte riferimento a questi discorsi. Leggiamo: «Questa e' un'elezione storica, ed io riconosco lo speciale significato che riveste per gli afro-americani e per il particolare orgoglio che deve essere il loro questa sera. (..) per quanto abbiamo percorso un lungo cammino partendo dalle vecchie ingiustizie che un tempo macchiavano la reputazione della nostra nazione e negavano ad alcuni americani la fortuna della piena cittadinanza americana, il loro ricordo ancora ha il potere di ferire. L'America oggi e' un mondo lontano dalla crudele e spaventosa bigotteria di quei tempi. Non vi e' nessuna prova migliore di questo dell'elezione di un afro-americano alla presidenza degli Stati Uniti».

McCain onora così la storia del suo partito.

01/11/2008

Gli atenei virtuosi

«Il blocco corporativo lo puo' vedere solo chi ha gli occhi foderati di pregiudizio.
I docenti, le facolta' e gli atenei 'virtuosi' sono indignati con gli altri da sempre. E da sempre producono (oltre tanta buona ricerca e didattica) documenti e proposte che cadono nell'oblio. E per incentivarli ed aiutarli in un'impresa improba di auto-riforma che si fa? I tagli indiscriminati a tutti, ovviamente. Davvero una grande idea
».

Paolo ha lasciato questo commento al post precedente, e ne approfitto per scrivere ancora di questo argomento.
Che cosa intendevo per blocco corporativo? Due cose diverse ma che viaggiano insieme. Primariamente l'unione delle rivendicazioni di studenti e docenti. Questo è corporativo in senso stretto, perché la corporazione tende appunto a vedere i problemi non tanto di una classe rispetto all'altra, ma delle due classi insieme all'interno di un mondo omogeneo (l'università in questo caso).
Da questo punto di vista, il blocco corporativo (caro Paolo) lo può vedere chiunque.

Secondariamente, blocco corporativo è quello che attraversa tutta l'università italiana. E' su questo che era incentrato il post, ed è su questo che Paolo risponde. Aggiungendo che tutti gli atenei virtuosi sono da sempre in battaglia contro gli atenei non virtuosi. Vero?
Secondo me, falso.

Oh, sì. Nelle parole sarebbe anche vero. Bocconi, Polimi, Cattolica (per restare a Milano) e qualche altro ateneo si vantano da sempre dei brillanti risultati, della brillante gestione economica, del fatto che sfornano laureati richiesti in America e nella City. A parole.
Poi, nei fatti, le cose sono diverse. Ci sono molti punti di contatto tra un'università e l'altra, è come una rete che andrebbe disegnata su un grande foglio: se ne scoprirebbero delle belle, davvero.

In dettaglio: docenti che fanno la carriera di ordinari nelle università statali, e contemporaneamente sono professori a contratto (con contratti rinnovati sempre) nelle suddette università virtuose (soprattutto le private). L'ateneo è diverso, il docente (coi suoi pregi e difetti) è lo stesso. Come reclutano i docenti le varie Bocconi e Cattolica? Con le stesse regole del Politecnico e di tutti gli altri atenei italiani, con i concorsi. Che poi questi siano o non siano truccati è altra faccenda. Non c'è nessuna ragione di pensare che nel privato i concorsi non siano altrettanto farlocchi che nel pubblico, perché le regole del Baronato sono ovunque legge non scritta.

Non pensiamo poi che l'ateneo privato sia necessariamente un'ottima fucina di esperti laureati: non è una legge automatica, ci sono università private probabilmente perfette nella gestione economica, i cui laureati trovano lavoro solo nella provincia in cui sta l'ateneo, perché dieci chilometri più in là stracciano direttamente il curriculum. Non facciamo nomi, tanto si conoscono.
Infine, e questa è la parte che mi preme di più, ci sono atenei virtuosi che hanno prolificato i corsi di laurea e le sedi a dismisura (come i non virtuosi), hanno una visione altamente autoreferenziale ("semo li migliori ar mondo", o giù di lì...), e sono diventati "più facili" di una volta, esattamente come gli atenei non virtuosi. Sfornano laureati a migliaia e se ne vantano addirittura, adducendo che ciò è dimostrazione di quanto sono bravi a formare gli studenti, e invece questa è solo la dimostrazione che una laurea oggi non si nega quasi a nessuno, anche negli atenei cosiddetti virtuosi, e spiace dirlo, ma la mia città (Milano) è tristemente nota ormai in quanto a certi suoi atenei che fanno questo gioco mediatico ("da noi si laurea il 90% degli iscritti al primo anno, ciò vuol dire che siamo proprio bravi"... balle! Ciò vuol dire che laurearsi da voi è semplice!).

Quindi, Paolo e tutti coloro che pensano che il blocco corporativo in questo senso non esista, fidatevi di chi l'università la conosce abbastanza bene: certi giochetti mediatici, nel lungo periodo, vengono allo scoperto, e i virtuosi nella gestione economica non sono poi tanto virtuosi (non necessariamente, almeno) su altri aspetti. Nulla di male, ma il pregiudizio chi ce l'ha?

La parola "virtuoso" non diventi un luogo comune, ma sia piuttosto sempre da dimostrare con l'onere della prova di chi si vanta di esserlo. Questa è meritocrazia.

31/10/2008

Università, il blocco corporativo s'incrina?

Giulio Ballio, rettore del Politecnico di Milano, invia a tutti gli studenti del suo ateneo una lettera che ha il sapore della rivalsa contro le università effettivamente sprecone.
La lettera è leggibile sul sito di Alessandro Baffa, studente del Politecnico, e vale la pena di leggerla per intero. Ma vediamone i punti cardine.

Il prof. Ballio è molto critico verso la legge 133/08 (che, lo ricordiamo, riguarda il contenimento della spesa per tutti gli Enti pubblici), e questo è comprensibile trattandosi del massimo manager di un ente pubblico.
Ma egli non nasconde le critiche che l'opinione pubblica riversa sul sistema universitario italiano. Ne elenca sei:
1) Aver prolificato i corsi e gli insegnamenti per favorire i docenti.
2) Dissipare tempo e soldi per ricerche accademiche utili solo a chi le produce.
3) Seguire processi non trasparenti nel reclutamento dei docenti.
4) Aver prolificato a dismisura le sedi didattiche.
5) Avere una visione corporativa e autoreferenziale di sé stesse.
6) Non riuscire a verificare la produttività dei docenti.

Contrariamente a quanto ci si può aspettare, Ballio non perde una riga della sua lettera per confutare queste critiche ma, anzi, per ciascuna di esse indica la strada da seguire per migliorare l'università dall'interno.
E spesso, nella lettera, fa riferimento ad atenei che funzionano e ad atenei che non funzionano. Riconosce che la spesa per gli stipendi dei docenti non può essere troppo elevata, dichiara che quella del Politecnico è del 67% sul totale contro una media nazionale dell'86% e, soprattutto, invita tutti gli atenei virtuosi a far massa critica e spingere il governo a rivedere tagli indiscriminati verso tutti.

In pratica, Ballio si mostra contrario alla logica della legge 133/08 per quanto concerne l'università, ma ammette indirettamente che un (serio) problema-università esiste, ed è dato dagli atenei non virtuosi. E sempre indirettamente chiede che il governo consideri la differenza.

Un bel passo in avanti rispetto al "blocco corporativo" di studenti e docenti contro il governo, che in questi giorni si vede per le piazze d'Italia. 

30/10/2008

Repubblicani Usa certi della sconfitta?

Mai dire mai, s'intende. Ma mancano pochissimi giorni alle elezioni presidenziali Usa, e sul fronte repubblicano ci sono segnali di ammissione preventiva della sconfitta.

La prima è stata Sarah Palin, candidata alla vicepresidenza e ormai nota per il suo istinto da gaffeur.
La simpatica governatrice dell'Alaska ha detto senza mezzi termini che si candiderà alle presidenziali del 2012, della serie: "so già che stavolta vince Obama". Già, perché se vincesse il suo "capo" McCain, sarebbe questi il candidato del partito nel 2012. Irrituale, un po' irriverente, a Napoli direbbero anche "porta sfiga", senz'altro pessima idea di comunicazione.

Poi segnaliamo un illuminante post di Jack Cafferty della Cnn, che fa notare che il presidente Bush si sta astenendo dal fare campagna per il "suo" McCain. Certo, McCain era il repubblicano più lontano da Bush. Certo, questi aveva comunque detto qualche volta che McCain sarà un ottimo presidente. Ma sono frasi di rito. A pochi giorni dalla fine del mandato, Bush potrebbe sforzarsi di più. E tutto questo mentre l'ex presidente Bill Clinton segue invece continuamente Obama e lo supporta in ogni modo (nonostante la moglie Hillary fosse l'avversaria di Obama alle primarie!).

E infine c'è un altro elemento. Bush ha appena deciso che chi potrà dimostrare di non recarsi in automobile sul luogo di lavoro, avrà in busta paga venti dollari non tassati in più ogni mese. Molto Obama, poco McCain, per uno degli ultimi provvedimenti da presidente. 

17:03 Scritto da: soc-vis in Politica estera | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: obama, mccain, bush, usa | OKNOtizie |  Facebook

Nervi tesi a Milano in Forza Italia

A margine dell'audizione di Catania alla commissione traffico di cui abbiamo parlato nel post precedente, bisognerà pur segnalare i nervi tesi, tesissimi dentro la Forza Italia milanese.
Il gruppo, che ha più di venti consiglieri comunali, è in fibrillazione. Chi c'era ha notato senz'altro la guerra interna che si sta consumando.

Nell'altro post abbiamo scritto: «L'audizione è terminata puntuale (alle 14.30) perché un consigliere di maggioranza, che attendeva la commissione successiva, ha fatto irruzione protestando contro un eventuale prolungamento dell'audizione».
E aggiungiamo che, tecnicamente, il consigliere in questione aveva ragione. La commissione successiva sarebbe durata qualche ora, e c'era gente che aveva lasciato il lavoro per arrivare in tempo. Semmai, come di soppiatto ci ha fatto presente Raffaele Grassi (consigliere IdV), sarebbe stato opportuno convocare l'audizione di Catania direttamente per più di un'ora e mezza, risolvendo il problema.
Pensarci prima, insomma. Vero.

Ma quel consigliere di maggioranza (di Forza Italia, e precisamente Vincenzo Giudice) s'è agitato un po' troppo. La ragione era dalla sua parte, ma passare dalla parte del torto è facile, e fare la figura del nervoso davanti a mezza stampa milanese è ancora più facile se entri in sala, interrompi un consigliere che sta parlando, sbatti la borsa contro la finestra, esci, poi entri di nuovo e interrompi un altro consigliere.

Che cos'era successo? Il presidente di quella commissione (Marco Osnato, An) aveva chiesto ai colleghi di Forza Italia se ci sarebbero stati problemi a proseguire a oltranza, giacché il presidente della commissione successiva (Milko Pennisi) è di Forza Italia.
A rispondergli è stato il capogruppo di Fi in Comune, Giulio Gallera, che un po' di voce in capitolo ce l'avrà.
E Gallera ha risposto che non c'era problema, che Pennisi non lo si doveva nemmeno interpellare, garantiva lui. Lo stesso Pennisi, che girava a Palazzo Marino, s'è fatto vedere e con un eloquente silenzio s'è detto d'accordo, avrebbe aspettato.
Del resto si trattava di aspettare al massimo una quarantina di minuti.

Ma Giudice non è uno qualunque: fino al 2006 era presidente del consiglio comunale, per cui anch'egli ha voce in capitolo nel gruppo. E ha deciso di far sentire la sua voce, con una certa fermezza, finché Osnato (che nel proseguire la seduta era comunque in torto, almeno dal punto di vista strettamente legale) si è visto costretto a sospendere e rimandare a data da destinarsi.

Nel frattempo, sempre davanti ai consiglieri e a mezza stampa milanese, Giudice e Gallera si sono (nemmeno troppo sottovoce) mandati a quel paese a vicenda.

Sommiamo questo episodio a quanto dichiarò Paolo Massari (altro consigliere di Fi) ad Affari Italiani qualche settimana fa. Il casus belli era la sostituzione (non ancora avvenuta, peraltro) dell'assessore Tiziana Maiolo. Poiché questa proveniva dal consiglio comunale, si era detto che sarebbe stato giusto che Fi esprimesse il successore tra i consiglieri comunali.
Massari aveva risposto che sì, quella era la strada giusta, ma per carità non lasciassero la scelta ai consiglieri stessi: «sennò ci mettono nella condizione di leoni in gabbia a cui danno da spartire un pezzo di carne».

Sommando tutto e traducendo ai minimi termini: Forza Italia a Milano è fatta di ventitré consiglieri che si fanno la guerra l'uno contro l'altro.

15:24 Scritto da: soc-vis in Milano | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: forza italia, milano | OKNOtizie |  Facebook

28/10/2008

Atm, va tutto bene (?)

Il cronista potrebbe pensare che si tratta di contrappasso. E' appena uscito dall'audizione del presidente di Atm (Elio Catania) alla commissione comunale traffico e mobilità, si reca a prendere il tram 16 e scopre che c'è un ritardo di ben 25 minuti.
Sarà, probabilmente, per colpa dell'improvvisa pioggia che ha rallentato il traffico automobilistico ("di cui non mi importa nulla", ha detto Catania un'ora prima), e di conseguenza i jumbo-tram che transitano per il centro.
Sarà invece che i ritardi si concentrano misteriosamente quando uno sentirebbe più il bisogno che non ci fossero (sotto la pioggia), sarà tutto quello che volete, ma Catania non ha convinto e non convince.

E' arrivato in commissione perché doveva riferire sui programmi di manutenzione e sugli incidenti recenti. Ha iniziato puntualissimo (alle 13) la sua relazione e, fino alle 13.30, ha soltanto ripetuto ciò che aveva già detto in commissione prima dell'estate e a settembre.
Cioè ha ribadito i piani d'investimento generale programmati e la differenza d'impostazione con la precedente gestione.

E' da notare che Franco De Angelis (Pri, maggioranza) e Francesca Zajczyk (Pd, opposizione) ci avevano segnalato come si ponesse per Catania un problema politico in questo senso: egli in commissione parla ripetutamente di investimenti, acquisti di mezzi nuovi, progetti per il futuro, poi i consiglieri scoprono dai giornali che egli s'accorge che le officine sono obsolete, i depositi pure, e così via. La Zajczyk ci aveva aggiunto che dopo l'introduzione di Ecopass, Atm era stata "costretta" a mettere in campo tutti i suoi mezzi, compresi quindi quelli più vecchi e meno affidabili.

Ci si attendeva che Catania, almeno dalle 13 alle 13.30, parlasse di manutenzione e incidenti, invece ha relegato questo argomento al quarto d'ora successivo.
Il cronista non ha nemmeno molta voglia di prendere in mano gli appunti e segnalare la mole di dati che Catania ha sciorinato, anche se alcuni sono interessanti. Ad esempio, egli ha parlato (e scritto su slide) di 91 milioni di euro investiti nel triennio 2008-2010 per officine e depositi, poi nel dettaglio ha illustrato (qualche slide successiva) che l'investimento per il rifacimento delle tre officine e la costruzione di un nuovo deposito a Rogoredo è pari a qualcosa come 60 milioni di euro. Ne mancano trenta tra una slide e l'altra.

Concessa comunque la buona fede, resta la palpabile delusione tra i consiglieri tutti. Ma non disperiamo. L'audizione è terminata puntuale (alle 14.30) perché un consigliere di maggioranza, che attendeva la commissione successiva, ha fatto irruzione protestando contro un eventuale prolungamento dell'audizione. Così Catania non ha potuto rispondere alle controdomande di alcuni consiglieri, e non si può sapere attualmente come stanno le cose precisamente.
Ci restano i dati, le slides, l'idea che Atm è una grande azienda che pensa seriamente alla manutenzione, senza però molto di concreto in più.

16:31 Scritto da: soc-vis in Milano | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: elio catania, atm, milano | OKNOtizie |  Facebook

25/10/2008

Scioperi anomali

Tutto si può dire, ma non che i ragazzi del 2008 (che stanno scioperando in università) non siano anomali nelle loro proteste.
Complice l'assenza parlamentare (e dunque dai vari Matrix e Porta a Porta) dell'estrema sinistra, complice il nuovo corso del Pd (che, lo ricordiamo sempre, altro non è se non Dc+Pci!), essi non hanno una sponda politica o sindacale per far sentire la loro voce.
Certamente vi sono esponenti del Pd (come Anna Finocchiaro) che li giustificano e li difendono anche quando occupano (le aule e i binari della ferrovia), ma si tratta di difese sporadiche, forse più che altro vòlte a prendere questa massa critica universitaria e portarla alla mobilitazione del Pd di oggi a Roma.

Tentativo, questo, che sembra non riuscito, visto che a Matrix ieri sera hanno intervistato qualche studente della Sapienza e i pro-manifestazione del Pd erano uno su decine e decine.
Si tratta comunque di mobilitazioni piuttosto particolari. A Milano e a Bologna hanno occupato o cercato di occupare i binari della ferrovia, ma tutto è finito lì, perché probabilmente non esiste un'opinione pubblica favorevole.
Andando nei mercati rionali si capisce perché. Molti critici quando si sente parlar di "tagli alla scuola", ma non tutti: come il direttore Feltri, anche tanta gente comune pensa che i tagli siano doverosi! E questo nonostante la Gelmini si stia affannando a dimostrare che di tagli non se ne parla.
Atipica è anche la scelta di portare le lezioni nelle piazze. Piazza del Duomo, a Milano, è in questi giorni teatro di lezioni collettive soprattutto di scienze politiche e dell'Accademia di Brera. Questo vuol dire che c'è anche un certo coinvolgimento del corpo docente, soprattutto nella sua parte più giovane, cioè quella dei ricercatori, preoccupati del turn-over "5 contro 1" che li taglierebbbe fuori dalla carriera accademica.

Ma Roberto Perotti, docente in Bocconi e gran fustigatore del nepotismo nelle università, punta il dito: condivide la protesta, ma ritiene che i giovani stiano sbagliando bersaglio e dovrebbero scendere in piazza non con, ma contro i loro docenti: soprattutto gli ordinari, i baroni e le baronesse, i presidi e i rettori. E fa l'esempio del rettore della Sapienza, con moglie e due figli che insegnano a medicina come lui. E di Bari, storica capitale del nepotismo accademico.

I ragazzi però al momento non sembrano preoccuparsi di questo, anche perché (diceva a Matrix uno di Azione Universitaria) non si vogliono volgere contro coloro che poi li giudicheranno agli esami, gli assegneranno le tesi, eccetera. Viva la sincerità.
Un altro elemento è l'idea abbastanza generale di reprimere chi fa il facinoroso. Ovvero, ad esempio, chi occupa le stazioni o impedisce lo svolgimento delle lezioni. Idea che è venuta al premier Berlusconi, al direttore Feltri, ma anche a Affari Italiani, che non è certo una testata "di destra": segno, forse, che i tempi (dal '68) sono davvero cambiati. In meglio.

11:12 Scritto da: soc-vis in Interni | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: università, gelmini, scioperi | OKNOtizie |  Facebook

23/10/2008

Atm, Elio Catania a rischio

E' a rischio il posto di Elio Catania, già supermanager di una gestione (molto criticata) di Ferrovie dello Stato e ora presidente di Atm. Il motivo? I troppi incidenti tra mezzi pubblici a Milano, quasi un'escalation. L'ultimo episodio: due tram viaggiano paralleli in p.le Baracca, all'improvviso uno dei due prende la svolta a sinistra e va a cozzare contro l'altro. Doveva invece andar dritto.
La commissione tecnica ha dichiarato il corretto funzionamento dell'impianto a terra e a bordo del tram (lo scambio e il comando dello scambio), pertanto non sembra esserci un problema di manutenzione, almeno in questo caso.
Ma allora la colpa di chi è?

Anche se il presidente Catania non c'entra nulla con l'episodio singolo, molti oggi chiedono la sua testa (l'opposizione di sinistra in Comune) o quantomeno che si verifichi il suo operato.
Il più diretto è Franco De Angelis (Pri): «I ma­nager superpagati lo sono per­ché sono bravi. E se sono bravi devono risolvere i problemi. Qui i problemi non si risolvo­no e allora qualcuno deve trar­re delle conclusioni».
Più cauti Lega, Udc e Forza Italia, che chiedono che Catania venga a riferire in consiglio comunale. Fuori dal coro è Marco Osnato (An), genero di Romano La Russa e presidente della commissione trasporti: «Non si può dare la colpa degli incidenti a Catania, che ha preso da poco in mano l’Atm. Semmai la vecchia gestione, pur avendo risanato il bilancio, non ha fatto sufficienti investimenti sulla manutenzione delle reti».

Suona davvero strana la difesa di Catania ad opera di Alleanza Nazionale. Una volta An era certamente un partito diverso, attentissimo agli sprechi di denaro pubblico proprio perché difensore del pubblico impiego. Catania è un manager superpagato, An lo assolve valutando che due anni sono pochi e pur di farlo condanna la gestione precedente, che era in mano al manager Bruno Soresina, che (come ammette Osnato) almeno aveva portato l'Atm al risanamento di bilancio. E non era certo una gestione politicamente nemica. Incomprensibile.

04/10/2008

Tiziana Maiolo, causa involontaria di una guerra di nervi

La Maiolo è stata estromessa, non è più assessore al commercio nella giunta Moratti. Il motivo? Troppe divergenze d'opinione con il sindaco e la giunta. A partire dai rom, per continuare con l'Ecopass e per finire sulla critica di Giorgio Armani alla gestione del centro storico.

Lo stilista aveva detto che in centro, di sera, non si può andare perché è deserto, non c'è niente da fare, e i milanesi infatti non lo "usano". L'assessore aveva risposto più o meno così: "Armani ha ragione, cominci ad aprire le sue boutiques di sera e vedrà che ci saranno più passanti".

Il problema in termini oggettivi è che Armani ha ragione davvero. Se per centro intendiamo l'area strettamente legata a piazza del Duomo, San Babila, Quadrilatero della Moda e, dall'altra parte, Cordusio e Cairoli, dopo le dieci o le undici di sera non ci sono davvero milanesi. Gli ultimi che si incrociano sono quelli che escono dai pochi cinema rimasti in Vittorio Emanuele: poi il nulla.
I bar chiudono presto, tranne qualche eccezione ma si tratta di un'offerta legata al turismo (provate a bere un caffè al tavolino in Galleria e poi ne riparliamo), le librerie chiudono alle 23, massimo a mezzanotte, i negozi alle 21, e i quartieri della "movida" sono altri: Brera, i Navigli, le Colonne.
Si dirà che anche Brera è in centro (e per giunta molto vicina a casa Armani!), però Brera è un'area molto piccola, già in via Fiori Oscuri (cioè al di là dell'incrocio Brera-Fiori Chiari) è il nulla o quasi. Le Colonne, poi, sono una sola piazza: anche se in fondo a via Torino, dunque a dieci minuti a piedi dal Duomo, sono "là", e invece si sta parlando di cosa c'è "qua": niente. Anche McDonald's non tiene aperto dopo una certa ora.

In aggiunta, il Duomo è stato per anni ricettacolo notturno delle sbronze collettive dei sudamericani. E adesso che questo fenomeno è stato ridimensionato (leggi: espulso nei parchi di periferia), imperversano i loro figli: le seconde generazioni delle micro-bande che stanno gettando una pessima nomea su una categoria d'immigrati (quelli, appunto, latino-americani) da sempre considerati "tranquilli". Ma non solo. In centro, di sera, ci sono fior di delinquenti comuni che borseggiano, scippano, o semplicemente cazzeggiano.

Un'offerta strategica di attività culturali e commerciali notturne o almeno serali rimedierebbe a tutto.  Ma un assessore comunale, evidentemente, non può permettersi di affermare che ciò che è vero è vero. Deve forse "difendere l'operato della giunta" per partito preso, o "non disturbare il manovratore ma fare squadra". Sì, a un assessore si chiede un "modo di fare" consono al ruolo, soprattutto visto che la giunta (di cui fa parte) ha certamente delle responsabilità.

Ma nei fatti alla Maiolo non è stato permesso di prendere atto del problema, nemmeno se la voce che l'ha posto è così autorevole come quella di uno stilista conosciuto in tutto il mondo, che potrebbe prendere armi e bagagli domattina per qualunque destinazione e sarebbe coperto d'oro, e invece continua a stare a Milano a vivere, a lavorare, a contribuire perché questa città rimanga tra le prime al mondo per prestigio.

Quel che è peggio è che Forza Italia sta dando uno spettacolo non molto elegante. In pratica si stanno scannando per la successione. I consiglieri comunali sono tanti e tutti aspirano. Paolo Massari, uno di loro, dice chiaro e tondo: "siamo leoni in gabbia, non possono darci il boccone di carne (l'assessorato vacante, n.d.r.) e poi chiederci di litigare per mangiarlo (chiederci di scegliere noi l'occupante, n.d.r.)". Così la questione è stata demandata a un incontro nazionale (!) che però s'è chiuso con una fumata nera.

Aggiungiamo che le deleghe vacanti riguardano anche la cultura (dopo il licenziamento di Sgarbi) e il bilancio (che è tenuto dalla Moratti in persona), e ne concludiamo che lo stato di salute della giunta non è al massimo dei livelli. Tuttavia bisognerà pur trovare un rimedio.  

03/10/2008

Altre aggressioni a Roma e a Milano

A Roma un cinese viene picchiato da un gruppo di minorenni, che arrestati prima negano, poi chiedono che non siano chiamati i genitori. Quando però questi arrivano sul posto, uno dei padri picchia suo figlio.
Oggi l'epilogo, uno dei minori vuole andare da Alemanno a chiedergli scusa.
Verrebbe da dire: innanzitutto chiedi scusa al cinese.

A Milano un senegalese (clandestino) si piazza al mercato rionale di via Archimede (strada elegante, non lontana dal centro) e comincia a esporre la sua merce: borse contraffatte.
Un ambulante italiano gli intima di andarsene, ma lui si rifiuta di farlo. Allora sopraggiunge un altro ambulante munito di mazza da baseball. Il risultato: un pestaggio coi fiocchi.

Se l'episodio romano è chiaro ed è causato unicamente dall'istinto violento (dalla "noia", dicevano una volta!), quello milanese è da approfondire, perché la vittima è oggettivamente in una condizione particolare. Sono sicuro che ci sarà chi dirà che in fondo se l'è cercata, e che non se ne può più degli abusivi ai mercati.
Il problema degli abusivi è in effetti sul tavolo degli incontri tra la giunta e gli ambulanti, almeno da dieci anni. Si è fatto poco, anzi quasi niente, per limitarlo. In qualche caso poi gli abusivi si mettono in concorrenza diretta perché vendono frutta e verdura. Pertanto l'esasperazione è comprensibile.

Ma la mazza da baseball è da animali. 

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02/10/2008

In pasto ai russi: l'Italia ha la sua Ossezia

Non conoscere le lingue (come il russo o il cinese) di quei Paesi in cui la stampa è senza dubbio addomesticata, rischia di non farci imbattere in chicche memorabili.
Per fortuna ci sono siti che sopperiscono, traducendoci qualcosa.

Un esempio è dal quotidiano "Og", in lingua russa, secondo cui "L'Italia ha il suo Kosovo, la sua Abkhasia e la sua Ossezia del Sud". Testuale.
I russi hanno scoperto una scissione separatista dentro la Lega Nord? Tutt'altro. Hanno semplicemente ripreso la notizia di quel tale Salvatore Meloni che, non molte settimane fa, ha proclamato l'indipendenza dell'isoletta di Mal di Ventre, in Sardegna. Ribattezzata Repubblica di Malu Entu.

Andiamo a vedere cos'è successo realmente. Un gruppetto di persone ha occupato un'isola, ha proclamato l'indipendenza, ha chiesto a Ue e Onu il riconoscimento, ha issato una bandiera. Ma è possibile inquadrarla in qualcosa di diverso da una goliardata?
In un'intervista a Repubblica, che non rintraccio più, il Meloni diceva che erano pronti a combattere con le armi: e citava le fionde.
Sede del governo? Una tenda.
Un divertissement all'italiana, frutto di un'estate noiosa, forse perché senza omicidi clamorosi, che soltanto un idiota potrebbe paragonare all'Ossezia del Sud, dove si sono scontrate realmente forze militari di Georgia e Russia, e dove realmente ci sono stati dei profughi di guerra.

Per la cronaca, tutto si è risolto "brillantemente" con un incontro chiarificatore in Prefettura, dopo lo sgombero dell'isola e la rimozione dei simboli "indipendentisti".
Non poteva mancare il Borghezio, padano doc, sempre pronto a difendere la causa, che ha chiesto come mai lo Stato italiano ha "paura di Malu Entu", e non potrà mancare (sperano in Sardegna) l'epilogo migliore di tutta questa vicenda. Ovvero una colletta per il riacquisto dell'isolotto (costo stimato: 2 milioni di euro), ora di proprietà di un inglese.

Quanto alla stampa russa, potrebbe occuparsi di cose più serie ed evitare confronti ridicoli. 

12:41 Scritto da: soc-vis in Interni | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: malu entu | OKNOtizie |  Facebook